L’Europa deve riattivare il suo disegno politico globale prima di pensare ad altri allargamenti

Un pamphlet acuminato e ben documentato denuncia in modo fattuale come l’Europa si stia incamminando verso l’irrilevanza politica e persegua una strategia di allargamento acritico che ha smesso da tempo di porsi domande fondamentali. Il progetto dell’Unione Europea nasce dalle ceneri roventi della Seconda guerra mondiale per evitare che tragedie simili possano mai ripetersi, ma sembra aver dimenticato lo slancio e le finalità iniziali. Il nostro continente rischia di diventare una fortezza per proteggere gli egoismi nazionali. Per impedirlo è necessario riprendere in mano il progetto per arrivare all’unità politica, l’unica che può valorizzare quella che è la più ricca area di libero scambio al mondo ed evitare di diventare preda dell’imperialismo russo e del rozzo protezionismo di Trump.

«Durare, far durare, evitare che sorgano delle questioni; quando sorgono, evitare di risolverle, alternare abilmente rifiuti categorici e rifiuti mascherati, fare un passo indietro alla volta, il più lentamente possibile, come un medico che difende un paziente che la sua prognosi condanna: questa, bisogna ammetterlo, è l’anima della politica francese». Sembrerebbe una descrizione molto calzante dell’attuale politica dell’UE, mentre la citazione è  tratta da un saggio di Marc Bloch del 1934 che descrive l’atteggiamento di rassegnazione dei leader politici di fronte all’aggressività nazista.  Sappiamo come è andata a finire. La francese Sylvie Goulard, autrice di quello che in tempi meno drammatici avremmo descritto come un “aureo libretto”, proviene dalla prestigiosa Ecole Nationale d’Administration, ha ricoperto importanti incarichi nel governo francese e nella Banca di Francia, è stata consigliera politica di Romano Prodi tra il 2001 e il 2004, durante la sua presidenza della Commissione Europea, ed è stata deputata al parlamento europeo dal 2009 al 2017. Oltre a conoscere in modo approfondito le tematiche di cui parla, mostra una radicata passione civile verso quello che l’Europa dovrebbe diventare e pone domande cruciali a cui è necessario trovare una risposta, prima che sia troppo tardi.

Partiamo pure, ma qual è la meta?

Sono pochi gli studiosi che osano mettere in discussione il fatto che ci troviamo in un momento “storico” e d‘altronde, con la guerra ai confini e gli Stati Uniti di Trump che da baluardo dell’Occidente si sono trasformati in un  fattore di destabilizzazione, sarebbe molto difficile negarlo. Il problema vero è che le cosiddette discussioni sull’Europa sono minate da fuffa ideologica e non prendono in considerazione la realtà effettuale, come ci ha insegnato molto tempo fa Machiavelli. Goulard mette il dito nella piaga quando fa notare che l’UE ha deciso un ulteriore allargamento senza aver affrontato delle basilari questioni di governance che sono sul tappeto da trent’anni. Nel drammatico contesto che è seguito all’invasione russa dell’Ucraina «ci si aspetterebbe che i leader europei si impegnassero a consolidare l’UE. La loro principale iniziativa, invece, è stata finora quella di estendere l’UE, senza un disegno globale. Il 14 e il 15 dicembre 2023 i capi di Stato e di governo hanno infatti aperto le porte dell’UE all’Ucraina, alla Moldavia, alla Georgia e ai Balcani occidentali (Albania, Bosnia ed Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia)».

La vera finalità dell’UE sembra diventata quella di crescere, dal Portogallo fino ai confini dell’Iraq (formalmente le discussioni per l’adesione della Turchia non sono mai state chiuse). Non è stato introdotto alcun meccanismo per subordinare l’ulteriore estensione al buon esito del processo di riforme interne. Mentre negli allargamenti precedenti l’accento era posto sui mezzi per approfondire la costruzione europea, si è smesso di lavorare su questo aspetto e, nei documenti ufficiali, la parola è stata sostituita dal termine meno impegnativo di riforma. L’autrice ricorda che, a partire da un Consiglio europeo che si è svolto a Copenaghen nel 1993, sono stati stabiliti quattro criteri per regolare l’ingresso di nuovi Paesi nell’Unione Europea. Tre di essi si applicano ai Paesi candidati e riguardano la democrazia e lo Stato di diritto, l’economia e l’adozione delle norme in vigore nell’UE. Il quarto criterio afferisce alla capacità dell’Unione «di assimilare nuovi membri mantenendo allo stesso tempo lo slancio dell’integrazione». Il Consiglio europeo ha aggiunto allora che questa capacità «costituisce anche un elemento importante nell’interesse generale sia dell’Unione che dei paesi candidati». L’idea originaria, nel 1993, era quella di garantire che l’Unione realizzasse le riforme indispensabili prima di accogliere nuovi membri.

Purtroppo, la realtà storica è spietata e non si può essere sentimentali nel pianificare un futuro che coinvolge centinaia di milioni di persone. L’allargamento non può essere perseguito a scapito di un ambizioso progetto europeo come è stato finora perché la sostanziale impotenza, indotta da un meccanismo perverso come il voto all’unanimità, non è più accettabile in un contesto drammatico come quello attuale. Si è innescato una corsa al ribasso per cui la Commissione ha smesso di essere il motore propositore dell’Unione e i governi, anche quelli degli stati fondatori, si sono accordati su progetti molto meno ambiziosi. La semplice inclusione di nuovi membri, senza aver messo a punto strumenti adeguati di governo, non è di nessun aiuto. «L’esempio di Cipro -ricorda l’autrice-, in parte occupata dalla Turchia, dimostra che la sua adesione all’UE non è stata sufficiente a risolvere tutti i conflitti. Per quanto riguarda i Balcani, a più di trent’anni dalla dissoluzione della Jugoslavia, sussistono rivendicazioni nazionalistiche (ad esempio tra Serbia e Kosovo) che i nostri leader sbaglierebbero a sottovalutare. Corriamo il rischio di importare instabilità nell’UE più che di esportare stabilità».

La mappa mostra l’estensione teorica di un’Europa a 36 o 37 stati, che molto difficilmente sarà capace di prendere decisioni di qualunque tipo, vista la paralisi che la colpisce oggi che ne ha 27.

Il saggio ricorda che oltre all’adesione, la UE ha molti altri strumenti con cui intervenire come l’OSCE (l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) e, soprattutto, il Consiglio d’Europa, che ha sede in Francia, a Strasburgo, e che ha la funzione, affidata alla Corte europea dei diritti dell’uomo, di difendere i diritti umani, possiede una banca d’investimento e un’assemblea parlamentare. Non si tratta di abbandonare l’Ucraina o la Moldavia a se stesse ma di creare le precondizioni per un successo duraturo poiché la perdurante assenza di strutture decisionali adeguate ha avuto gravi conseguenze: l’UE ha perso in capacità di innovazione e in competitività. Nell’arco di vent’anni, si è prodotto un enorme divario tecnologico, economico e militare nei confronti degli Stati Uniti, come sottolineato dal rapporto di Mario Draghi per la Commissione europea. Il saggio nota che «in assenza di una nuova generazione e di un nuovo slancio, c’è il rischio che la base comune si riduca al mercato e, ancora di più, che l’Unione Europea diventi solo un’ennesima organizzazione intergovernativa, con tutte le inefficienze immaginabili».

Il problema UE non è la burocrazia

I populisti di ogni risma accusano di qualunque nefandezza la Commissione UE, oggi guidata per la seconda volta da Ursula von der Leyen, dimenticano però di ricordare che in passato le decisioni prese si sono basate su considerazioni più ampie. Ad esempio, dopo la caduta del Muro di Berlino, l’adesione dei Paesi dell’Europa centrale e orientale fu finalizzata a evitare una zona di instabilità tra la Russia e l’Unione Europea. «È per questo che la motivazione geopolitica è oggi ammissibile, ma dobbiamo ancora essere sicuri che le promesse foriere di speranza siano seguite da azioni», scrive Goulard. L’altro aspetto, volutamente trascurato dai demagoghi populisti, è che, non avendo mai messo a punto strumenti adeguati di governo, il potere vero nella UE è esercitato dal Consiglio europeo, formato dai capi di Stato e di governo, gli stessi che lanciano accuse feroci contro i burocrati di Bruxelles. Secondo l’autrice «se esiste nell’UE un organo che non conosce limiti, questo è il Consiglio europeo, che sebbene, secondo i trattati, dovrebbe fornire impulsi strategici senza essere coinvolto negli affari ordinari, è all’opposto diventato, crisi dopo crisi (finanziaria, sanitaria e ora geopolitica), la cabina di pilotaggio dell’UE. È il luogo in cui vengono prese le decisioni fondamentali, dove viene negoziato il bilancio, dove si risolvono gli ostacoli legislativi. Poiché è composto dai maggiori leader europei, denunciare la falla democratica che rappresenta all’interno dell’UE sembra quasi un sacrilegio. Ecco perché questo grosso problema viene raramente menzionato».

Il tema della difesa comune è una delle questioni più scottanti sul tavolo dell’UE ma, finora, ogni decisione pratica è stata semplicemente posticipata perché il meccanismo elefantiaco dell’unanimità impedisce qualunque scelta efficace. «Chi sta lavorando per costruire il patriottismo europeo di cui abbiamo bisogno? Non credo che i leader nazionali e quelli che, nella Commissione europea, sono degli ardenti sostenitori dell’”allargamento XXL” si stiano ponendo le domande scomode e ineludibili che una politica di sicurezza impone: saremmo pronti a combattere per l’Europa, a morire gli uni per gli altri? I trattati europei prevedono già una clausola di assistenza reciproca (art. 42.7), ma non mi sembra che sia presa abbastanza sul serio da coloro che vogliono allargare l’UE», afferma Goulard.

15 gennaio 2015, il presidente Erdoğan riceve il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas, in uno scenario che sottolinea la politica neo-ottomana di Ankara (Foto di Yıldız Yazıcıoğlu, Voice of America)

Oggi l’adesione dell’Ucraina alla UE è un argomento che viene discusso anche nei bar, e questo è facilmente comprensibile visto che le distruzioni inflitte dai russi ci raggiungono quotidianamente dagli schermi televisivi, ma non dovremmo dimenticare che «se l’Ucraina non ha fatto parte dell’ondata di allargamento del 2004-2007, è stato perché il Consiglio europeo – guidato da Jacques Chirac e Gerhard Schröder – aveva dato allora la precedenza alla Turchia. All’epoca, l’importanza del voto turco in Germania aveva giocato un ruolo nelle preferenze del cancelliere e del commissario responsabile dell’allargamento, il tedesco Günter Verheugen, a meno che la vicinanza personale di Schröder a Putin non abbia contribuito al corso degli eventi». Oltre agli interessi tedeschi (ci sono circa 2 milioni di turchi che vivono in Germania, ma alcuni parlano di cifre che arrivano ai 7 milioni), sicuramente gli Stati Uniti sono interessati a un eventuale ingresso della Turchia che possiede il più potente esercito della NATO dopo quello degli USA.

L’autrice è esplicitamente contraria all’ingresso della Turchia nella UE per motivi perfettamente condivisibili non solo perché il presidente Erdoğan si sta dimostrando sempre più chiaramente un dittatore senza scrupoli, ma anche perché, a causa della collocazione geografica e della dimensione demografica, stravolgerebbe completamente la natura del progetto europeo. L’autrice scrive che i fautori dell’ingresso di Ankara «hanno cercato invano di avvalersi dell’argomento geopolitico. Hanno ignorato, a loro discapito, la riluttanza della popolazione. Non sono riusciti a convincere perché non avevano risposte a domande semplici e legittime: ad esempio, perché spostare la frontiera esterna dell’Europa al confine con l’Iraq? O cosa resterebbe delle politiche sociali dell’UE?». Senza considerare che, essendo il Paese più popoloso, la Turchia si troverebbe ad avere la rappresentanza più numerosa all’interno del parlamento di Strasburgo. Ma davvero qualcuno vuole un’Europa a trazione turca?

La Commissione per gli affari costituzionali del Parlamento europeo ha votato un ambizioso documento che include la maggior parte delle riforme minime: rinunciare al veto, incoraggiare il voto a maggioranza, attribuire al Parlamento il diritto di iniziativa e un maggiore potere di bilancio. Questo rapporto è stato adottato dalla plenaria del 23 novembre 2023. Ma non ci sono assolutamente elementi che facciano sperare che esista la volontà politica di mettere in pratica il progetto. Visto che i governi non hanno nessuna intenzione di approvare misure che ne ridurranno il potere, Sylvie Goulard propone che venga data priorità al metodo di riforma dei trattati, il vero nodo che paralizza ogni tentativo di fare passi in avanti, riunendo una Convenzione composta da parlamentari nazionali, da parlamentari europei, da commissari e da rappresentanti degli Stati membri. Così si potrebbe superare la resistenza opposta dai leader nazionali che hanno tutto l’interesse a perpetuare la situazione esistente. L’analisi è chiara e precisa e anche le soluzioni prospettate sarebbero fattibili. Mancano ancora statisti in grado di superare l’impasse. Probabilmente, questa è l’ultima chiamata della storia e si spera che qualcuno si faccia trovare pronto.

Syilvie Goulard
Grande da morire
Allargare ancora l’Unione Europea?
Il Mulino,  pp. 152, euro 14

Galliano Maria Speri